Yuletide

12987941_10207683904889349_1608565863_nUn giorno d’autunno, mentre ammiravo le diverse fioriture della sasanqua, mi imbattei in una dai petali color lampone – tonalità di rosso per me irresistibile, associata com’è ad uno dei sapori più gradevoli che io conosca.[…] Si chiama Yulètide, mi avevano detto quando l’avevo acquistata, pronunciando così, con l’accento sulla prima e. Poi un amico inglese, che lipperlì non capiva di cosa parlassi, ha corretto la mia dizione, spiegandomi che si tratta della camelia così battezzata perché fiorisce nel periodo natalizio, lo yuletide appunto, durante quel solstizio d’inverno che coincide con le feste pagane poi soppiantate dalla celebrazione della nascita di Gesù. Ho allora guardato con occhi nuovi quelle belle corolle di petali rosso goloso raccolti intorno a un folto cuore dorato, e  mi sono accorta di avere in giardino il migliore degli alberi di Natale.

Mi piace celebrare così quest’anno il solstizio d’inverno, con questa camelia invernale dal nome antico che racchiude in sè una storia di altri tempi. Una camelia dalla tinta vivace, tanto amata dalla grande Pia Pera.

E così la camelia sasanqua Yuletide va ad arricchire il giardino incantato nel primo giorno dell’inverno con un tocco di colore, insieme all’elleboro, al calicantus, ai ciclamini e i bucaneve. E non dimentichiamo i cinorrodi, i frutti rossi lasciati sui rami spogli delle rose antiche e canine, che in questi giorni ho potuto ammirare in tutta la loro bellezza, ricoperti dalla brina mattutina. Le bacche della nandina domestica e della piracanta, le ombrelle del viburno e gli ultimi cachi rimasti appesi all’albero che sembrano grosse palle di Natale. I rami spogli e infiammati del cornus e le teste di semi dell’echinacea.

Tante piante e fiori che, con un pizzico di letteratura e poesia, hanno accompagnato il primo anno del giardino di The Leaf. Ebbene sì, il blog compie un anno e non lo nascondo… sono emozionata!

Buon solstizio d’inverno, buon compleanno a The Leaf e soprattutto… Buon Natale!

Un albero di Natale… color lampone, Pia Pera, da Gardenia n. 380, dicembre 2015

Con Proust, alla ricerca del giardino perduto

“La siepe lasciava vedere all’interno del parco un viale bordato di gelsomini, di viole del pensiero e di verbene, in mezzo ai quali delle violaciocche aprivano la loro borsa fresca, di un rosa odoroso e sbiadito come quello di un cuoio antico di Cordova, mentre sula ghiaia un lungo tubo per innaffiare verniciato di verde, srotolando le sue spire, lanciava dai punti dove erano situati i fori, al di sopra dei fiori di cui irrorava i profumi, il ventaglio verticale e prismatico delle sue stille multicolori.”

Perchè uno scorcio d’inizio estate in un post autunnale? Perchè in questo post si parla di memoria, ricordi e ricerca di un giardino perduto. Come quello di Proust e anche, ahimè, il mio.

E l’ultimo ricordo di ciò che era lo ritrovo un po’ in questo passaggio, non tanto per quanto riguarda la disposizione delle piante e il disegno del giardino, ma per le specie botaniche, gli elementi presenti,  i profumi e i giochi d’acqua. Ed è difficile immaginare che potesse esistere qualcosa di simile prima di questo giardino d’autunno in cui mi ritrovo a volte a passeggiare e che si presenta come una massa anarchica di sterpaglie. E’ così difficile che faccio fatica a descriverne il ricordo nelle stagioni passate anche se non è trascorso molto tempo. La distanza fisica e il non vedere il  suo  graduale mutamento ha creato un abisso dove il ricordo ha le tinte sbiadite di una vecchia foto.

Sebbene le distanze fisiche e temporali tra Marcel Proust  e i suoi giardini sia decisamente maggiore, lui non ha alcun problema a descriverli con grande accuratezza; sembra essere lì, come un pittore con pennello e tela en plein air. La scrittrice francese Evelyne Bloch Dano, rivela nel suo libro Giardini di Carta che è difficile” immaginare, nella “vita vera”, un Proust giardiniere. L’asma gli impedisce molto presto di vivere in campagna, ed è risaputo che bastava l’odore di una pianta a scatenargli una crisi. Eppure quanti fiori, quanti giardini ci sono nei suoi libri! […] Giardini immaginari, certo, ma drenati di memoria, irrorati dai ricordi d’infanzia, dai soggiorni presso i suoi amici, dalle passeggiate in carrozza o in auto: giardini ormai vietati, contemplati nella mente dalla camera chiusa in cui scrive. Giardini ricreati.”

Certo, stiamo parlando di Proust, un fuoriclasse che tira fuori i giardini da un tazza di tè mentre mangia una madeleine.

Per quanto mi riguarda, non è l’asma che mi tiene lontana dal mio giardino, anche se l’effetto della lontananza è quello di una parte d’aria che mi manca, e nemmeno l’allergia ai pollini, che mi da un po’ da fare in primavera. L’incuria e l’abbandono a cui l’ho rilegato l’hanno reso una massa informe e selvaggia che si evolve e muta a seconda della stagione. La passiflora sta sovrastando il cespuglio di viburno, le verbene dopo due anni di splendore si sono rifiutate di rifiorire così come le violaciocche, nate dai semi regalati da un signore filippino, scomparse. Il gelsomino rinsecchito sul terrazzo, stenta.

Nonostante tutto, quando torno il fine settimana, sento l’odore di erba umida  d’autunno che sale dalla terra e ovunque, una predominanza di verde che mi da un’immediato senso di sollievo e mi restituisce quell’aria di cui, un po’ per scelta e un po’ per necessità, mi privo durante la settimana. E ho ancora delle ceste piene di bulbi che aspettano di essere interrati e piantine rigogliose nei vasi, che posso trapiantare. E il gelsomino, attaccato alla vita, ricaccia foglie verdi dalla base. Per quello che sarà in una stagione futura, forse, il giardino ritrovato.

Note: mentre finisco di scrivere questo post mi arriva tramite Whatsapp questa foto da Michele… è il giardino a fine ottobre… e non è niente male! A volte è solo una questione di prospettiva.

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Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann,  M. Proust, traduzione di P. Pinto, 1990 Newton Compton Editori, Roma
Giardini di carta. Da Rousseau a Modiano, E. B. Dano, traduzione di S. Prencipe, 2016, add editore, Torino

Resilienza

Mentre la televisione trasmette le  immagini di dolore e macerie che arrivano dalle città distrutte del centro Italia penso che per alcuni aspetti siano molto simili a quelle di Aleppo e altre città della Siria, ridotte anch’esse a cumuli di macerie dalle bombe di una guerra non troppo lontana da noi. Queste immagini di cumuli di pietra causate da terremoto e guerra mi hanno fatto venire in mente alcuni passaggi dello spettacolo dell’attrice-giardiniera Lorenza Zambon Lezioni di giardinaggio planetario, dove viene rappresentata una natura che resiste e “si ricostruisce” a partire dalle macerie.

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Soffione                                                                

“L’unica città morta che ho visto con i miei occhi è morta per davvero: è l’Aquila. […] Lì nella piazza ci sono due aiuole  circondate da ringhiere di ferro battuto, non più curate da nessuno dal giorno del disastro. In quel, momento erano completamente piene di soffioni di tarassaco, perfetti, argentei, pronti per volare. Una delle donne di lì guardava, pensierosa; dice”la settimana scorsa erano fioriti, tutti gialli” dice “strano, erano belli…” E mentre io scopro con un certo entusiasmo le foglie argentee e scultoree di un verbasco così campagnolo, così alieno in quel luogo, un’altra guarda oltre le inferriate della zone rossa, a quei grandi palazzi morti in piedi, tutti puntellati, tutti irraggiungibili e dice: “guarda, guarda, le erbacce si stanno prendendo la nostra città.” Che sensazioni contrastanti: io che amo le erbacce…”

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Buddleja nata su una muretto      

A Berlino “raccontano che l’estate dopo i bombardamenti le macerie erano ricoperte da una incredibile lussureggiante distesa di fiori. Sopra a tutto dominava il rosa intenso delle alte spighe dell’epilobio, pianta antica, da noi si trova in montagna […]. In mezzo qua  e là  spiccavano folte colonie di margherite  gialle dell’erba di san Giacomo originaria della Sicilia, dove prospera sulle ceneri dei vulcani […]. Ovunque sui muri cascanti le grandi pannocchie di fiori violacei della buddleia scappata dai giardini, l’albero delle farfalle, pianta bella e terribile che viene dall’Himalaya e le cui radici bucano la pietra.”A Berlino “raccontano che l’estate dopo i bombardamenti le macerie erano ricoperte da una incredibile lussureggiante distesa di fiori. Sopra a tutto dominava il rosa intenso delle alte spighe dell’epilobio, pianta antica, da noi si trova in montagna […]. In mezzo qua  e là  spiccavano folte colonie di margherite  gialle dell’erba di san Giacomo originaria della Sicilia, dove prospera sulle ceneri dei vulcani […]. Ovunque sui muri cascanti le grandi pannocchie di fiori violacei della buddleia scappata dai giardini, l’albero delle farfalle, pianta bella e terribile che viene dall’Himalaya e le cui radici bucano la pietra.”

E’ il dipinto su sfondi drammatici della capacità di resilienza della natura e delle piante a partire dal seme più piccolo, dal più sottile filo d’erba. E di piante migranti, provenienti da paesi lontani.

Lezioni di giardinaggio planetario -Lorenza Zambon

Amanti nei giardini

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E’ la vigilia della notte di San Giovanni, un momento magico, carico di significati simbolici e riti legati alla natura. Non è un caso che Charlotte Brontë abbia eletto proprio questo momento, per incorniciare la scena più emozionante di una delle storie d’amore più belle mai scritte. Come non è un caso che a parlarne sia la penna della scrittrice che, come la sorella Emily, evoca nella sua scrittura un profondo legame con la natura e i suoi elementi.

In perfetto stile inglese, l’angolo verde “più appartato e simile all’Eden”, è il frutteto. Il frutteto è a tutti gli effetti un giardino con alberi da frutto che richiama la bellezza e i ritmi di una natura buona, primordiale, viva, che nutre. E Charolotte Brontë lo sceglie come luogo eletto in Jane Eyre, trasformandolo in un capolavoro. Non solo l’incantevole descrizione degli elementi vegetali, ma il suono del vento tra foglie, il canto dell’usignolo, il volo della falena, il gioco di luci ed ombre, la danza di corteggiamento tra il sole e la luna e il riverbero della luce sul paesaggio crepuscolare creano il perfetto setting romantico per i due innamorati.

Non c’era un angolo del parco più appartato e simile all’Eden di quello: era pieno di alberi, pullulante di fiori. Da un lato, un muro alto lo separava dal cortile e, dall’altro, un viale di faggi lo riparava dal prato. In fondo vie era un fossato nascosto, unica linea di demarcazione con i campi solitari. Un viottolo tortuoso costeggiato da allori e chiuso da un ippocastano gigante con un sedile circolare intorno al tronco, portava giù, fino allo steccato. Lì si poteva gironzolare senza essere visti. Mentre la rugiada cadeva come miele, il silenzio la faceva da padrone e il crepuscolo s’addensava, sentivo che avrei potuto aggirarmi in quell’ombra per sempre; ma mentre attraversavo il parterre di fiori e alberi da frutto nella parte superiore del recinto, attratta dal chiarore che la luna nascente riversava su quell’angolo più scoperto, il mio passo fu frenato non da un suono o dalla vista di qualcosa ma, ancora una volta, dal richiamo di un aroma.

Eglantine e artemisie, gelsomini, garofani e rose hanno già offerto da tempo il loro sacrificio serale di incensi. Questa nuova fragranza non è di arbusti né di fiori: è -la conosco bene – il sifgaro di Mr Rochester. Mi guardo intorno e tendo l’orecchio. Vedo alberi carichi di frutti maturi. Odo un usignolo cinguettare in un bosco mezzo miglio più in là; tutto è immobile, non si sente alcun passo avvicinarsi, ma quel profumo si fa più intenso: devo fuggire.

Jane è innamorata di Edward Rochester e non sa di essere ricambiata, al contrario, crede che lui stia per sposare un’altra donna. Quindi, si difende, cerca di nascondersi e di fuggire. Oppure, spera che lui se ne vada senza vederla. Ma invece no.

La sera è piacevole anche per lui e questo giardino antico lo attrae quanto attrae me; e viene avanti, ora sollevando i tralci di uva spina per guardare i frutti di cui sono carichi, grandi come prugne che pendono dal muro, ora cogliendo una ciliegia matura dai rami, ora chinandosi su un cespo di fiori per inspirare la loro fragranza o per ammirare le gocce di rugiada sui loro petali. Una grossa falena mi passa accanto ronzando e si posa su una pianta ai piedi di Mr Rochester.

Galeotta fu la falena, Mr Rochester chiama Jane per osservare la creatura da vicino mandando in fumo i suoi piani di fuga. Mentre Jane cerca nuovamente di allontanarsi per rientrare in casa Mr Rochester ha un motivo per trattenerla che non trova scuse.

Tornate indietro. Con una serata così bella è un peccato starsene chiusi in casa; e certo nessuno può desiderare di andarsene a letto mentre il sole che tramonta s’incontra con la luna che sorge.

Così Jane resta. Metafora dei due innamorati, lui il Sole e lei la Luna, qui nel frutteto inizia già con queste parole la dichiarazione d’amore di Mr Rochester per Jane e la proposta di matrimonio.

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A quest’ora sento fuori dalla finestra del mio giardino i grilli, che con la loro orchestra di archi, riempiono il silenzio della sera con un walzer di corteggiamento.

E mentre il Sole e la Luna danzano insieme in questa serata tiepida e serena e le ombre si allungano sul mio giardino, mi sembra di sentire i passi leggeri di Jane sull’erba, l’orlo del suo vestito che sfiora le bordure di fiori e di vederla, mentre scivola con la sua ombra dietro l’alloro per narrare una delle storie d’amore più belle di tutte i tempi.

Jane Eyre, Charlotte Brontë, traduzione di Stella Sacchini, feltrinelli Editore 2015, Milano

Ibridi – II

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Da solo nel capanno, sistemò sul banco di lavoro una serie di vasi. Alcuni contenevano garofani doppi, altri garofani dei poeti. Stringendo tra le dita una piuma, l’uomo ne strofinò la punta sullo stame di un garofano dei poeti: nonostante la pelle irruvidita dal contatto quotidiano con l’acqua e la terra, aveva mani ferme e delicate. Poi passò con dolcezza l’estremità della piuma sullo stigma del garofano doppio, in modo da cospargerlo con il polline impalpabile dell’altro fiore. Fece presto a concludere l’operazione. Ora doveva solo aspettare.

Era una mattina d’inizio estate del 1716 alla periferia di Londra, quando il vivaista Thomas Fairchild dentro quel capanno, con un gesto semplice ma consapevole che imitava l’azione degli insetti impollinatori, dette vita ad una vera rivoluzione nel mondo dei fiori, delle piante e dei giardini.

Nei mesi successivi, dentro il garofano maturarono i semi, ciascuno dei quali conteneva i tratti genetici dei genitori. Ma soltanto con l’arrivo della primavera, quando quei semi germogliarono e poi fiorirono, Fairchild potè vedere la propria creazione: un fiore rosa che univa le corolle doppie del fiore del garofano a capolini a mazzetti del garofano dei poeti. Era il primo incrocio creato dall’uomo.

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Ogni volta che leggo questo passaggio mi emoziono. E penso all’emozione che deve aver provato Fairchild e a come paradossalmente, al contempo, questa creazione abbia rappresentato per lui una fonte di angoscia che lo accompagnò per tutta la vita. Il vivaista era infatti un devoto cristiano in un’epoca in cui l’unico creatore di tutte le specie vegetali presenti sulla Terra era Dio e visse per il resto della sua esistenza nel timore della collera divina, per essersi fatto “creatore” di qualcosa che prima d’allora non esisteva.

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Il garofano, Dianthus, è quindi il primo ibrido creato dall’uomo. E’ un fiore che non mi piace particolarmente dal punto di vista estetico nella sua varietà più comune in commercio, con il fiore di modeste dimensioni composto da una rosellina dai petali frastagliati, che si erge da un grosso calice. Se si guardano le diverse varietà però se ne trovano anche di interessanti anche se non li definirei belli, ma “buffi”. Ho un debole per “Green Trick”, una pallina verde che ricorda i pon pon di lana che facevo alle scuole elementari; mi sono poi innamorata di Dianthus barbatus, il garofano dei poeti, con la sua barbetta verde e morbida su cui poggia la corolla, allegro e felice ai Giardini del Casoncello, sui colli bolognesi. Sì, sono proprio loro, quelli citati all’inizio del post precedente!

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Il garofano merita tutto il nostro rispetto, o almeno, il mio. E gli sono doppiamente riconoscente: innanzi tutto perché grazie a lui (e naturalmente, a Fairchild!), pioniere, oggi abbiamo moltissimi ibridi ornamentali per i nostri giardini e poi, perché finisco di scrivere questo post davanti ad un mazzolino appoggiato sul tavolino di un bar nella stazione di Bologna e mi aiuta ad aspettare senza annoiarmi troppo, il prossimo treno per tornare a casa.

 

 

 

La confraternita dei giardinieri, Andrea Wulf, Ponte alle Grazie 2011

 

 

 

Ibridi – I

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Per completare le mie bordure con poca spesa , volli tentare anche la semina delle erbacee perenni. Cominciai, naturalmente, con le specie più facili da ottenere: il garofanino dei poeti, Dianthus barbatus e uno dei tanti ibridi di Aquilegia vulgaris. Soprattutto quest’ultima si rinsemina così abbondantemente che me la ritrovavo (e me la ritrovo) un po’ ovunque, sempre ben accetta, a rallegrare con i suoi fiori dalla caratteristica elaborata forma peduncolata, il giardino primaverile.
I giardini venuti dal vento, Maria Gabriella Buccioli

Ho iniziato ad amare queste “fate del giardino” alcuni anni fa, quando ho adottato le prime due piantine di ibridi di aquilegia vulgaris messe a dimora in una zona fresca e riparata, attraversata dal sole buono del mattino. Si sono trovate bene e hanno deciso di restare, così, primavera dopo primavera, il cuscino di foglie che costituisce la vegetazione basale si allarga sempre di più.

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Da lì, in aprile, si innalzano steli lunghi sottili e rigidi che sostengono le belle corolle, verso l’alto a cercare il sole. La forma del fiore elaborata, slanciata e ricca di punte e speroni le rende un capolavoro di architettura gotica. La testa, leggermente reclinata, racchiude all’interno un bellissimo disegno dalla geometria perfetta, forme morbide in netto contrasto con i petali lunghi e appuntiti.

IMG_3030Le si riconosce con grande facilità per l’aspetto della corolla, complessa, quasi esotica, composta da cinque sepali simili a petali, alternati a cinque petali dotati di uno sperone, sul fondo del quale si raccoglie il nettare, capace di attirare insetti impollinatori autoctoni dotati di una “lingua” lunga, come api, bombi, falene e, persino, colibrì.
Gardenia n. 361, maggio 2014

Sono erbacee perenni biennali, se si piantano da seme quindi dopo un anno comparirà solo la foglia, bellissima nella forma e nel colore, il secondo anno arriverà il fiore. Quando i petali cadono, resta la capsula che racchiude i semi, piccoli semi neri e tondi che proveranno a germogliare là dove li porterà il vento.

Fate ballerine o forse streghe buone, sono questi fiori dai cinque petali di raso che arrivano dalla montagna e che sembra debbano spiccare il volo da un momento all’altro. E chissà che, appena volto le spalle e chiudo la porta di casa, non lo facciano davvero.

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