Nel campo di papaveri

papaveri

Continuarono a camminare, ascoltando il canto degli uccelli dal piumaggio vivacemente colorato e ammirando i fiori, ora talmente fitti da ricoprire il terreno come un tappeto. Ce n’erano di grandi. Gialli, bianchi, porpora e azzurri, accanto a ciuffi d papaveri scarlatti di una tonalità così brillante da abbagliare quasi gli occhi di Dorothy.

– Sono stupendi! – esclamò la ragazzina, aspirando l’aria satura del profumo di tutti quei fiori.

– Immagino di sì, – osservò lo Spaventapasseri. – Quando avrò un cervello, probabilmente mi piaceranno molto di più.

– Se solo avessi un cuore, li troverei adorabili! – intervenne il Taglialegna di Latta.

– Mi sono sempre piaciuti i fiori, sembrano così fragili e delicati, – aggiunse il Leone. – Ma nella foresta non ne ho mai visti di colori così vividi.

I grandi papaveri scarlatti erano sempre più numerosi, mentre gli altri fiori diventavano sempre più rari, finché si ritrovarono al centro di un grande campo di papaveri. Ora, è risaputo che quando ci sono molti di questi fiori tutti insieme, il loro odore è talmente potente che chiunque lo respiri si addormenta, e se il dormiente non viene portato lontano, il suo sonno diventa eterno. Dorothy, però non lo sapeva, né poteva allontanarsi da quei vivaci fiori scarlatti che la circondavano da ogni parte; così, subito le sue palpebre si fecero pesanti e sentì la necessità di sdraiarsi e dormire.

Si tratta probabilmente di Papaver Somniferum, conosciuto  anche come papavero da oppio. Ho tentato anch’io la coltivazione di questo fiore qualche anno fa ma senza successo.  Per scopo puramente ornamentale, ovviamente. Avevo acquistato la bustina di semi da Marks&Spencer, i grandi magazzini inglesi, all’interno di una confezione di altri fiori che dovevano dare come risultato un morbido bouquet con tutte le nuances del lilla. Erano riusciti bene i fiordalisi color porpora e degli altri minuscoli fiorellini rosati, di cui non ricordo il nome. Anche il Delphinium violetto con note di azzurro era fiorito. Ma lui, proprio lui, quello che desideravo di più, no. Papaver Somniferum era un papavero più grande dei classici papaveri rossi da campo e aveva grandi petali di un lilla delicato. Avevo piantato i semi con cura in un vasetto,  ho visto spuntare le prime foglioline dopodiché hanno deciso di seccarsi e morire nel vasetto stesso. Quindi non ho foto, non li ho mai visti né mai più ritrovati!

Li trovo bellissimi i papaveri. Anche se non prediligo o fiori dai toni vivaci (il papavero lilla infatti era il top per me) mi emoziono davanti alle distese di papaveri rossi che sanno trasformare anche i binari di una ferrovia in paesaggi incantati. Crescono dove meno te lo aspetti, nei terreni incolti, dove c’è scarsa manutenzione. Chi va a tagliare l’erba che cresce a ridosso dei binari? Ed è proprio lì infatti che crescono loro, rigogliosi, colonizzando vasti tratti di terreno. Chissà, forse il mio Papaver Sonmiferum non ce l’aveva fatta per le cure eccessive che gli dedicavo. Ieri ho sparso una bustina di Papaver Rhoeas (chiamato anche papavero della California) in giardino, chissà se spunterà qualcosa.

Ad ogni modo, probabilmente lo sanno tutti, Dorothy si addormenta in mezzo al campo di papaveri ma il Taglialegna di Latta e lo Spaventapasseri la salvano e continuano, con anche il Leone Codardo, il loro cammino avventuroso verso la città di Smeraldo, per incotrare il “grande e potente” Mago di Oz.

 

Il mago di Oz, L. F. Baum, Ed. Crescere, 2014

Tiny Love

By Chivalries as tiny,
A Blossom, or a Book,
The seeds of smiles are planted –
Which blossom in the dark.
Emily Dickinson
Le piccole cortesie,
come un fiore o un libro,
piantano sorrisi –
come fiori che sbocciano nel buio.
Emily Dikinson

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Riparto con alcuni dei versi che più amo di Emily Dickinson, perché rappresentano perfettamente l’anima di The Leaf: l’amore per i fiori, i libri e la semplicità. Stamattina, quando ho visto la data del mio ultimo post, mi sono stupita. Risale al 2017. E mi sembra di averlo scritto ieri. Ho trovato in questo arco di tempo, dal 2017 a oggi, tante bozze di articoli imbastiti e mai terminati, idee e suggestioni raccolte qua e là ma mai sviluppate, alcune così nitide e chiare nella mia mente da essere sicura di averle scritte e invece no, sono ancora lì. Un post addirittura finito e pronto per essere pubblicato ma rimasto nelle bozze. La presenza del blog non mi ha mai abbandonata e non è mai cessato di esistere, si è solo preso una bella “pausa maternità”.  Doppia.

Ora, ho la lista dei fiori che ho intenzione di piantare in primavera, quindi è tempo di riprendere. A piccoli passi, in punta di piedi. E ora, ho anche un piccolo aiutante! 🙂

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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#green #autumn

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Con l’autunno continua l’ondata della tendenza green iniziata in quest’anno. Basta uno sguardo ai social per notare che le parole chiave più trendy nel mondo della moda, che si tratti di abbigliamento, arredamento o lifestyle sono  #green, #botanic , #nature, #urbanjungle e simili. Tutti i brand più famosi hanno creato una linea dedicata alle piante e agli elementi della natura. Dai mobili e pezzi d’arredamento con varie tonalità di verde e materiali naturali, ai tessuti. Che c’era del verde nell’aria lo si era capito fin dall’inizio dell’anno quando Pantone ha eletto “Greenery” il colore del 2017; un verde acido brillante che richiama il risveglio della natura, le foglioline e gli steli teneri dell’erba in primavera. Io mi sono lasciata contagiare e ho scelto questa tonalità per una parete della camera da letto, tra la perplessità di amici e parenti. Certo, è una scelta un po’ estrema. L’unico ad essere d’accordo da subito è stato mio marito. (Ok, non proprio da subito subito.)

La tendenza vuole anche riempire le case di verde per creare delle vere e proprie urban jungle tra le mura domestiche. Io non amo molto le piante da interno (e la cosa è reciproca!) ma quest’anno vorrei darmi la possibilità di provare con le due must have del momento: la Pilea con le sue bellissime foglie tondeggianti su uno stelo esile, che sembrano goccioline verdi sospese nell’aria e la Monstera, la pianta dalle foglie giganti e scenografiche.

E naturalmente l’onda green ha travolto anche i vestiti. Cascate di petali e foglie, fiori grandi e piccoli, rami di alberi con uccelli annessi. Si sa che le piante sono un tema delicato e vanno maneggiate con cura, anche sui vestiti: si può infatti passare velocemente dall’elegante e raffinato al kitsch e pacchiano.

Uno dei vestiti più strepitosi di tutti i tempi in tema floreale è sicuramente quello della duchessa di Queensberry. La moda dei motivi floreali sull’abbigliamento nasce infatti già nel 1741, un’epoca di grande fermento dell’arte di fare giardini, che era ancora agli albori, con esemplari che migravano, spesso clandestinamente, sulle navi che trasportavano merci dalle Americhe all’Europa. Si narra che la duchessa arrivò a corte con un vestito molto originale che non passò inosservato.  Ecco come andò.

“Nel 1741, quando Collinson andò a visitare Petre a Thorndon, il giardinaggio era  divenuto così di moda che un giorno la duchessa di Queensberry portò il proprio giardino con sé a corte. Avvolta in un abito di raso bianco coperto da ricami a motivi di alberi, colline  e fiori, la duchessa somigliava, si disse, a un parco all’inglese deambulante. L’indomani, una serie di lettere spedite da un capo all’altro del paese descrissero nei minimi dettagli l’abito più inconsueto della stagione: esibiva “brune alture coperte da ogni sorta di erbe”, “un vecchio ceppo d’albero e “rampicanti fioriti di tutti i generi. E come la brezza agitava le fronde degli alberi americani di Petre, così ciascun passo della duchessa di Queensberry faceva ondeggiare la crinolina della  sottoveste, ridando vita ai nasturzi, ai caprifogli e all’edera ricamati sulla sua gonna.”

Lo stilista rimane ignoto ma certo è che trasformò un abito in poesia.

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La confraternita dei giardinieri, A. Wulf, traduzione di F. Oddera, Ponte alle Grazie, 2011

Notturne

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Se passeggiando nelle serate calde di giugno sentite all’improvviso un intenso profumo nell’aria siete probabilmente siete nelle vicinanze di un esemplare di gelsomino. Per essere precisi, quello comunemente coltivato nei nostri giardini è Trachelospermum jasminoides; conosciuto come falso gelsomino, è un coraggioso rampicante che prospera anche nel caldo torrido della Pianura Padana e non è raro scorgerlo a ricoprire cancellate, graticci di legno e pergolati. A questa bellissima pianta, dai fiori bianchi stellati e le foglie verde brillante, sono legati i ricordi delle scorse estati passate in terrazzo. Il suo profumo ha accompagnato tante serate estive mie e di Michele, le nostre cene, letture a cielo aperto fino a tarda notte. I fiorellini candidi sprigionavano il loro profumo attirando le falene e sembravano arrivare fino al cielo per confondersi con le stelle. Ma lo ricordo anche perché il giorno del mio matrimonio l’ho sfiorato con l’abito da sposa, mentre uscivo dalla casa dei miei genitori. E il giardino era pieno del suo profumo, come se volesse partecipare alla festa.

L’altro ricordo a cui lo lego, infine, è il film d’animazione Persepolis, tratto dall’omonima graphic novel autobiografica della scrittrice iraniana Marjane Satrapi. Il fatidico fiore compare una volta soltanto (due se si considerano anche i titoli di coda) ma in un momento così cruciale della storia da restare memorabile.                                              Siamo in Iran e di fronte al fondamentalismo religioso che sta schiacciando sempre di più i diritti della popolazione e in particolare delle donne, i genitori della Marjane adolescente decidono di allontanare la figlia per il suo bene mandandola in Europa, a Vienna, dove risiede un’amica della madre. La sera prima della partenza Marjane dorme con la nonna, una presenza fondamentale e i cui insegnamenti la accompagneranno per tutta la vita. E’ un’immagine delicata e intima, tra nonna e nipote ma soprattutto tra donne: una saggia e matura e una giovane ancora inesperta. E questo momento si apre con la nonna di Marjane che, mentre si sveste per andare a letto, con un unico, semplice e magico gesto riempie l’aria di fiori di gelsomino e del suo profumo.

La notte prima della mia partenza, mia nonna venne a passare la notte a casa nostra. Tutte le mattine raccoglieva dei fiori di gelsomino freschi e li metteva dentro i suo reggiseno, per avere un buon profumo. Di notte, quando se lo sfilava, i fiori cadevano. Era magico.
Marjane: Nonna, come fai ad avere ancora dei  seni così belli e rotondi alla tua età?
Nonna: Perché ogni giorno li metto ciascuno in una ciotola con acqua gelata per 10 minuti.
M: Mi mancherai.
N: Verrò a trovarti.
Ascolta. Non sono una persona a cui piace fare la predica ma c’è qualche consiglio che vorrei tu tenessi bene a mente, sempre.
Durante il corso della tua vita incontrerai molti idioti.
Se qualcuno ti fa del male, di’ a te stessa che ciò è dovuto alla sua mancanza di intelligenza. In questo modo non cadrai al suo livello, poiché non c’è niente di peggio al mondo dell’amarezza e della vendetta.
Non perdere mai di vista la tua dignità.
Rimani sempre fedele a te stessa.

E in questo momento i fiori del gelsomino diventano reali e mi sembra di vederli, toccarli, sentirli.

 

Film: Persepolis, 2007, regia di M.Satrapi e V. Parronaud tratto dall’omonimo libro Persepolis, Marjane Satrapi, 2002
Mia libera traduzione

 

Una rosa per Samuele

“Va’ a rivedere le tue rose. Capirai che la tua è unica al mondo.”

Disse la volpe.

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

[…]

“Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.

Queste parole del Piccolo principe racchiudono uno dei passaggi letterari più belli sulle rose, a mio parere. C’è l’affetto, c’è la cura, c’è l’amore, c’è tutto ciò che rende qualcosa o qualcuno prezioso, unico e insostituibile per noi.

E una rosa abbiamo piantato per Samuele. L’idea è stata di Michele che mi ha chiesto di pensare ad una pianta da piantare alla sua nascita, che fiorisse in quel periodo e di cui potesse vedere i fiori nei prossimi anni. Non era facile pensare ad una pianta che in fiore a fine febbraio e ho optato per una rosa, che avrebbe messo fuori almeno i primi germogli in quel periodo. Poi Samuele ha deciso di aspettare marzo e i primi giorni tiepidi che preludevano alla primavera e la fioritura dei narcisi nel giardino.

Rosa banksiae lutea è arrivata quindi in marzo in una scatola di cartone riempita di paglia per ripararla dagli urti e mantenere la giusta umidità e temperatura durante il trasporto da Sanremo a Sermide. E’ stato bello mettere le mani nella paglia, liberare la rosa e vedere che era già piena di boccioli che tra aprile e maggio si sarebbero aperti sulla giovane piantina in numerosi grappoli di piccoli pon pon di un delicato giallo pastello. L’abbiamo piantata a ridosso di un muretto dato su cui potrà arrampicarsi. Ha un profumo delicatissimo, quasi impercettibile ed è completamente priva di spine.

L’abbiamo piantata noi tre insieme, con Samuele, il nostro fiore più bello, ed è questo che rende la nostra rosa unica al mondo! 🙂

 

Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry, trad. N. Bompiani Bregoli, Tascabili Bompiani, 2001

 

Yuletide

12987941_10207683904889349_1608565863_nUn giorno d’autunno, mentre ammiravo le diverse fioriture della sasanqua, mi imbattei in una dai petali color lampone – tonalità di rosso per me irresistibile, associata com’è ad uno dei sapori più gradevoli che io conosca.[…] Si chiama Yulètide, mi avevano detto quando l’avevo acquistata, pronunciando così, con l’accento sulla prima e. Poi un amico inglese, che lipperlì non capiva di cosa parlassi, ha corretto la mia dizione, spiegandomi che si tratta della camelia così battezzata perché fiorisce nel periodo natalizio, lo yuletide appunto, durante quel solstizio d’inverno che coincide con le feste pagane poi soppiantate dalla celebrazione della nascita di Gesù. Ho allora guardato con occhi nuovi quelle belle corolle di petali rosso goloso raccolti intorno a un folto cuore dorato, e  mi sono accorta di avere in giardino il migliore degli alberi di Natale.

Mi piace celebrare così quest’anno il solstizio d’inverno, con questa camelia invernale dal nome antico che racchiude in sè una storia di altri tempi. Una camelia dalla tinta vivace, tanto amata dalla grande Pia Pera.

E così la camelia sasanqua Yuletide va ad arricchire il giardino incantato nel primo giorno dell’inverno con un tocco di colore, insieme all’elleboro, al calicantus, ai ciclamini e i bucaneve. E non dimentichiamo i cinorrodi, i frutti rossi lasciati sui rami spogli delle rose antiche e canine, che in questi giorni ho potuto ammirare in tutta la loro bellezza, ricoperti dalla brina mattutina. Le bacche della nandina domestica e della piracanta, le ombrelle del viburno e gli ultimi cachi rimasti appesi all’albero che sembrano grosse palle di Natale. I rami spogli e infiammati del cornus e le teste di semi dell’echinacea.

Tante piante e fiori che, con un pizzico di letteratura e poesia, hanno accompagnato il primo anno del giardino di The Leaf. Ebbene sì, il blog compie un anno e non lo nascondo… sono emozionata!

Buon solstizio d’inverno, buon compleanno a The Leaf e soprattutto… Buon Natale!

Un albero di Natale… color lampone, Pia Pera, da Gardenia n. 380, dicembre 2015

Con Proust, alla ricerca del giardino perduto

“La siepe lasciava vedere all’interno del parco un viale bordato di gelsomini, di viole del pensiero e di verbene, in mezzo ai quali delle violaciocche aprivano la loro borsa fresca, di un rosa odoroso e sbiadito come quello di un cuoio antico di Cordova, mentre sula ghiaia un lungo tubo per innaffiare verniciato di verde, srotolando le sue spire, lanciava dai punti dove erano situati i fori, al di sopra dei fiori di cui irrorava i profumi, il ventaglio verticale e prismatico delle sue stille multicolori.”

Perchè uno scorcio d’inizio estate in un post autunnale? Perchè in questo post si parla di memoria, ricordi e ricerca di un giardino perduto. Come quello di Proust e anche, ahimè, il mio.

E l’ultimo ricordo di ciò che era lo ritrovo un po’ in questo passaggio, non tanto per quanto riguarda la disposizione delle piante e il disegno del giardino, ma per le specie botaniche, gli elementi presenti,  i profumi e i giochi d’acqua. Ed è difficile immaginare che potesse esistere qualcosa di simile prima di questo giardino d’autunno in cui mi ritrovo a volte a passeggiare e che si presenta come una massa anarchica di sterpaglie. E’ così difficile che faccio fatica a descriverne il ricordo nelle stagioni passate anche se non è trascorso molto tempo. La distanza fisica e il non vedere il  suo  graduale mutamento ha creato un abisso dove il ricordo ha le tinte sbiadite di una vecchia foto.

Sebbene le distanze fisiche e temporali tra Marcel Proust  e i suoi giardini sia decisamente maggiore, lui non ha alcun problema a descriverli con grande accuratezza; sembra essere lì, come un pittore con pennello e tela en plein air. La scrittrice francese Evelyne Bloch Dano, rivela nel suo libro Giardini di Carta che è difficile” immaginare, nella “vita vera”, un Proust giardiniere. L’asma gli impedisce molto presto di vivere in campagna, ed è risaputo che bastava l’odore di una pianta a scatenargli una crisi. Eppure quanti fiori, quanti giardini ci sono nei suoi libri! […] Giardini immaginari, certo, ma drenati di memoria, irrorati dai ricordi d’infanzia, dai soggiorni presso i suoi amici, dalle passeggiate in carrozza o in auto: giardini ormai vietati, contemplati nella mente dalla camera chiusa in cui scrive. Giardini ricreati.”

Certo, stiamo parlando di Proust, un fuoriclasse che tira fuori i giardini da un tazza di tè mentre mangia una madeleine.

Per quanto mi riguarda, non è l’asma che mi tiene lontana dal mio giardino, anche se l’effetto della lontananza è quello di una parte d’aria che mi manca, e nemmeno l’allergia ai pollini, che mi da un po’ da fare in primavera. L’incuria e l’abbandono a cui l’ho rilegato l’hanno reso una massa informe e selvaggia che si evolve e muta a seconda della stagione. La passiflora sta sovrastando il cespuglio di viburno, le verbene dopo due anni di splendore si sono rifiutate di rifiorire così come le violaciocche, nate dai semi regalati da un signore filippino, scomparse. Il gelsomino rinsecchito sul terrazzo, stenta.

Nonostante tutto, quando torno il fine settimana, sento l’odore di erba umida  d’autunno che sale dalla terra e ovunque, una predominanza di verde che mi da un’immediato senso di sollievo e mi restituisce quell’aria di cui, un po’ per scelta e un po’ per necessità, mi privo durante la settimana. E ho ancora delle ceste piene di bulbi che aspettano di essere interrati e piantine rigogliose nei vasi, che posso trapiantare. E il gelsomino, attaccato alla vita, ricaccia foglie verdi dalla base. Per quello che sarà in una stagione futura, forse, il giardino ritrovato.

Note: mentre finisco di scrivere questo post mi arriva tramite Whatsapp questa foto da Michele… è il giardino a fine ottobre… e non è niente male! A volte è solo una questione di prospettiva.

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Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann,  M. Proust, traduzione di P. Pinto, 1990 Newton Compton Editori, Roma
Giardini di carta. Da Rousseau a Modiano, E. B. Dano, traduzione di S. Prencipe, 2016, add editore, Torino

Resilienza

Mentre la televisione trasmette le  immagini di dolore e macerie che arrivano dalle città distrutte del centro Italia penso che per alcuni aspetti siano molto simili a quelle di Aleppo e altre città della Siria, ridotte anch’esse a cumuli di macerie dalle bombe di una guerra non troppo lontana da noi. Queste immagini di cumuli di pietra causate da terremoto e guerra mi hanno fatto venire in mente alcuni passaggi dello spettacolo dell’attrice-giardiniera Lorenza Zambon Lezioni di giardinaggio planetario, dove viene rappresentata una natura che resiste e “si ricostruisce” a partire dalle macerie.

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Soffione                                                                

“L’unica città morta che ho visto con i miei occhi è morta per davvero: è l’Aquila. […] Lì nella piazza ci sono due aiuole  circondate da ringhiere di ferro battuto, non più curate da nessuno dal giorno del disastro. In quel, momento erano completamente piene di soffioni di tarassaco, perfetti, argentei, pronti per volare. Una delle donne di lì guardava, pensierosa; dice”la settimana scorsa erano fioriti, tutti gialli” dice “strano, erano belli…” E mentre io scopro con un certo entusiasmo le foglie argentee e scultoree di un verbasco così campagnolo, così alieno in quel luogo, un’altra guarda oltre le inferriate della zone rossa, a quei grandi palazzi morti in piedi, tutti puntellati, tutti irraggiungibili e dice: “guarda, guarda, le erbacce si stanno prendendo la nostra città.” Che sensazioni contrastanti: io che amo le erbacce…”

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Buddleja nata su una muretto      

A Berlino “raccontano che l’estate dopo i bombardamenti le macerie erano ricoperte da una incredibile lussureggiante distesa di fiori. Sopra a tutto dominava il rosa intenso delle alte spighe dell’epilobio, pianta antica, da noi si trova in montagna […]. In mezzo qua  e là  spiccavano folte colonie di margherite  gialle dell’erba di san Giacomo originaria della Sicilia, dove prospera sulle ceneri dei vulcani […]. Ovunque sui muri cascanti le grandi pannocchie di fiori violacei della buddleia scappata dai giardini, l’albero delle farfalle, pianta bella e terribile che viene dall’Himalaya e le cui radici bucano la pietra.”A Berlino “raccontano che l’estate dopo i bombardamenti le macerie erano ricoperte da una incredibile lussureggiante distesa di fiori. Sopra a tutto dominava il rosa intenso delle alte spighe dell’epilobio, pianta antica, da noi si trova in montagna […]. In mezzo qua  e là  spiccavano folte colonie di margherite  gialle dell’erba di san Giacomo originaria della Sicilia, dove prospera sulle ceneri dei vulcani […]. Ovunque sui muri cascanti le grandi pannocchie di fiori violacei della buddleia scappata dai giardini, l’albero delle farfalle, pianta bella e terribile che viene dall’Himalaya e le cui radici bucano la pietra.”

E’ il dipinto su sfondi drammatici della capacità di resilienza della natura e delle piante a partire dal seme più piccolo, dal più sottile filo d’erba. E di piante migranti, provenienti da paesi lontani.

Lezioni di giardinaggio planetario -Lorenza Zambon

Amanti nei giardini

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E’ la vigilia della notte di San Giovanni, un momento magico, carico di significati simbolici e riti legati alla natura. Non è un caso che Charlotte Brontë abbia eletto proprio questo momento, per incorniciare la scena più emozionante di una delle storie d’amore più belle mai scritte. Come non è un caso che a parlarne sia la penna della scrittrice che, come la sorella Emily, evoca nella sua scrittura un profondo legame con la natura e i suoi elementi.

In perfetto stile inglese, l’angolo verde “più appartato e simile all’Eden”, è il frutteto. Il frutteto è a tutti gli effetti un giardino con alberi da frutto che richiama la bellezza e i ritmi di una natura buona, primordiale, viva, che nutre. E Charolotte Brontë lo sceglie come luogo eletto in Jane Eyre, trasformandolo in un capolavoro. Non solo l’incantevole descrizione degli elementi vegetali, ma il suono del vento tra foglie, il canto dell’usignolo, il volo della falena, il gioco di luci ed ombre, la danza di corteggiamento tra il sole e la luna e il riverbero della luce sul paesaggio crepuscolare creano il perfetto setting romantico per i due innamorati.

Non c’era un angolo del parco più appartato e simile all’Eden di quello: era pieno di alberi, pullulante di fiori. Da un lato, un muro alto lo separava dal cortile e, dall’altro, un viale di faggi lo riparava dal prato. In fondo vie era un fossato nascosto, unica linea di demarcazione con i campi solitari. Un viottolo tortuoso costeggiato da allori e chiuso da un ippocastano gigante con un sedile circolare intorno al tronco, portava giù, fino allo steccato. Lì si poteva gironzolare senza essere visti. Mentre la rugiada cadeva come miele, il silenzio la faceva da padrone e il crepuscolo s’addensava, sentivo che avrei potuto aggirarmi in quell’ombra per sempre; ma mentre attraversavo il parterre di fiori e alberi da frutto nella parte superiore del recinto, attratta dal chiarore che la luna nascente riversava su quell’angolo più scoperto, il mio passo fu frenato non da un suono o dalla vista di qualcosa ma, ancora una volta, dal richiamo di un aroma.

Eglantine e artemisie, gelsomini, garofani e rose hanno già offerto da tempo il loro sacrificio serale di incensi. Questa nuova fragranza non è di arbusti né di fiori: è -la conosco bene – il sifgaro di Mr Rochester. Mi guardo intorno e tendo l’orecchio. Vedo alberi carichi di frutti maturi. Odo un usignolo cinguettare in un bosco mezzo miglio più in là; tutto è immobile, non si sente alcun passo avvicinarsi, ma quel profumo si fa più intenso: devo fuggire.

Jane è innamorata di Edward Rochester e non sa di essere ricambiata, al contrario, crede che lui stia per sposare un’altra donna. Quindi, si difende, cerca di nascondersi e di fuggire. Oppure, spera che lui se ne vada senza vederla. Ma invece no.

La sera è piacevole anche per lui e questo giardino antico lo attrae quanto attrae me; e viene avanti, ora sollevando i tralci di uva spina per guardare i frutti di cui sono carichi, grandi come prugne che pendono dal muro, ora cogliendo una ciliegia matura dai rami, ora chinandosi su un cespo di fiori per inspirare la loro fragranza o per ammirare le gocce di rugiada sui loro petali. Una grossa falena mi passa accanto ronzando e si posa su una pianta ai piedi di Mr Rochester.

Galeotta fu la falena, Mr Rochester chiama Jane per osservare la creatura da vicino mandando in fumo i suoi piani di fuga. Mentre Jane cerca nuovamente di allontanarsi per rientrare in casa Mr Rochester ha un motivo per trattenerla che non trova scuse.

Tornate indietro. Con una serata così bella è un peccato starsene chiusi in casa; e certo nessuno può desiderare di andarsene a letto mentre il sole che tramonta s’incontra con la luna che sorge.

Così Jane resta. Metafora dei due innamorati, lui il Sole e lei la Luna, qui nel frutteto inizia già con queste parole la dichiarazione d’amore di Mr Rochester per Jane e la proposta di matrimonio.

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A quest’ora sento fuori dalla finestra del mio giardino i grilli, che con la loro orchestra di archi, riempiono il silenzio della sera con un walzer di corteggiamento.

E mentre il Sole e la Luna danzano insieme in questa serata tiepida e serena e le ombre si allungano sul mio giardino, mi sembra di sentire i passi leggeri di Jane sull’erba, l’orlo del suo vestito che sfiora le bordure di fiori e di vederla, mentre scivola con la sua ombra dietro l’alloro per narrare una delle storie d’amore più belle di tutte i tempi.

Jane Eyre, Charlotte Brontë, traduzione di Stella Sacchini, feltrinelli Editore 2015, Milano